Gli studenti chiedono più scuola, Guerini parla di più armi: chi decide le priorità dell’Italia?

par Carlo Santi
lunedì 2 novembre 2026

Le manifestazioni contro il carovita e il riarmo incrociano le dichiarazioni dell'ex ministro della Difesa. Mentre cresce la richiesta di investimenti sociali, nel centrosinistra si apre il confronto sulle future scelte militari.

C’è una coincidenza temporale che racconta molto del dibattito politico italiano. Il 30 ottobre, studenti e lavoratori manifestano in decine di città contro il carovita, per salari più dignitosi, servizi pubblici migliori e una diversa distribuzione delle risorse dello Stato. Il giorno successivo, Lorenzo Guerini, già ministro della Difesa del Partito Democratico e oggi presidente del Copasir, compare sulle agenzie di stampa con una dichiarazione destinata ad alimentare il confronto all'interno dell'opposizione: un eventuale governo di centrosinistra, a suo giudizio, dovrebbe incrementare gli aiuti militari all'Ucraina rispetto all'esecutivo Meloni.

Due fatti distinti, che riportano al centro una questione fondamentale: quali devono essere le priorità economiche di un Paese che affronta contemporaneamente tensioni internazionali, inflazione e difficoltà crescenti nei servizi pubblici?

Le manifestazioni di questi giorni non riguardano soltanto la guerra. I giovani chiedono edifici scolastici migliori, un'istruzione accessibile, maggiori opportunità e un futuro che non venga compromesso da costi sempre più difficili da sostenere. Il disagio coinvolge anche lavoratori, pensionati e famiglie. Secondo i dati provvisori ISTAT, l'inflazione italiana ha raggiunto il 5,4% annuo nell'ottobre 2026, trainata soprattutto dall'energia. Un incremento che si riflette sui bilanci domestici e riduce il potere d'acquisto.

Nel frattempo, il Documento programmatico di bilancio per il 2027 prevede circa 4,6 miliardi di euro di interventi aggiuntivi per difesa e sicurezza e 2,4 miliardi per la sanità. Non sono le spese complessive dei due settori, né i fondi per la difesa coincidono con gli aiuti all'Ucraina. Sono però cifre che consentono di comprendere come la sicurezza militare stia assumendo un peso significativo nelle nuove decisioni di bilancio.

È dentro questo scenario che si inserisce la posizione di Guerini. L'ex ministro rivendica anche l'aumento delle risorse militari durante il secondo governo Conte, sostenendo la necessità di rafforzare le capacità di difesa nazionali e di costruire una maggiore integrazione europea. È una linea fondata sulla convinzione che sostenere militarmente l'Ucraina, aggredita dalla Russia, sia necessario per la sicurezza europea e per consentire a Kiev di affrontare eventuali negoziati senza essere costretta alla resa.

Ma questa impostazione incontra una domanda che le manifestazioni stanno rendendo sempre più evidente: fino a quale punto l'incremento delle risorse destinate alla sicurezza può convivere con il rafforzamento dello Stato sociale?

Non esiste un automatismo contabile per cui un euro destinato alla difesa sia necessariamente sottratto alla scuola. Gli Stati possono modificare le entrate, ricorrere all'indebitamento nei limiti consentiti o rivedere altre spese. Eppure, in presenza di risorse limitate, ogni nuova priorità comporta decisioni finanziarie che devono essere spiegate ai cittadini. Parlare di maggiori stanziamenti militari senza indicare come finanziarli e come tutelare contemporaneamente istruzione, sanità e welfare lascia aperta una questione politica sostanziale.

Vi è poi un secondo problema, tutto interno all'opposizione. La dichiarazione di Guerini non costituisce un programma condiviso dall'intero centrosinistra. Giuseppe Conte e il Movimento 5 Stelle hanno espresso posizioni differenti sulla prosecuzione degli aiuti militari, mentre nel Partito Democratico convivono sensibilità diverse. L'eventuale costruzione di un'alternativa di governo richiederà quindi una sintesi che non può limitarsi alla sostituzione della maggioranza attuale.

Per chi manifesta chiedendo maggiori investimenti sociali, il confronto non riguarda soltanto Meloni o Guerini. Riguarda la possibilità che il sistema politico traduca quelle rivendicazioni in scelte concrete. Se un governo sostiene di dover aumentare gli impegni militari per proteggere la sicurezza nazionale, deve anche spiegare quali strumenti intenda adottare per proteggere la sicurezza economica e sociale dei cittadini.

Perché la sicurezza non è soltanto quella garantita dagli eserciti. È anche poter accedere alle cure senza attese incompatibili con la propria salute, frequentare scuole adeguate, disporre di un'abitazione e vivere del proprio lavoro.

La contrapposizione tra spese militari e welfare non può essere risolta con uno slogan. Richiede numeri, coperture, obiettivi verificabili e un confronto pubblico sul ruolo dell'Italia nella crisi internazionale. Ma sarebbe altrettanto riduttivo considerare le richieste delle piazze come un tema secondario rispetto alle strategie geopolitiche.

La domanda, in definitiva, non è soltanto quante armi inviare all'Ucraina. È quale modello di società i partiti intendano costruire, quanto siano disposti a investirvi e quale posto occupino, in quel progetto, i bisogni quotidiani dei cittadini.

Una risposta concreta a queste domande sarebbe probabilmente più utile di un'altra competizione politica su chi sia disposto a finanziare maggiormente la difesa.


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