Appunti di Sociologia del Turismo. Un’idea di viaggio capace di riconoscere la fragilità del mondo e la responsabilità di chi lo attraversa
par Laura Tussi
mercoledì 19 agosto 2026
Il turismo non è soltanto mobilità, consumo di luoghi e ricerca di esperienze. È anche un modo di entrare in relazione con territori, comunità, culture e ambienti naturali. Per questo, in una fase storica segnata dalla guerra, dalla crisi climatica, dalle disuguaglianze e dalla crescente pressione sugli ecosistemi, anche il turismo è chiamato a interrogarsi sul proprio ruolo.
Viaggiare significa attraversare il mondo e, dunque, assumere una responsabilità nei confronti del mondo. La sociologia del turismo può diventare così uno spazio privilegiato per riflettere su un nuovo umanesimo planetario fondato sulla nonviolenza, sui diritti, sulla cura del vivente e sulla consapevolezza che nessun territorio è un semplice oggetto da consumare.
Ogni viaggio può riprodurre modelli di consumo e di appropriazione
La riflessione sul destino dell’umanità contemporanea impone un radicale ripensamento delle categorie politiche, etiche ed ecologiche che hanno guidato la modernità. Mai come oggi il futuro della specie umana e del pianeta appare legato alla capacità di operare una conversione profonda rispetto ai paradigmi della forza, dello sfruttamento sistematico, della competizione esasperata e della frammentazione identitaria.
Questa riflessione riguarda direttamente anche la sociologia del turismo. Il turismo, infatti, è uno dei fenomeni attraverso cui gli esseri umani organizzano il rapporto con lo spazio, con l’alterità e con la natura. Ogni viaggio può riprodurre modelli di consumo e di appropriazione oppure diventare occasione di conoscenza, incontro, responsabilità e costruzione di relazioni.
Il riconoscimento incondizionato dell’essere umano in quanto tale, e dunque titolare di diritti inalienabili a partire dal diritto alla vita, rappresenta l’architrave di qualsiasi ordine civile che aspiri a definirsi giusto. Questo principio, tuttavia, non può esaurirsi in una mera enunciazione giuridica astratta: esige un’applicazione universale capace di mettere in discussione le logiche di esclusione, dominio e annientamento dell’altro.
In questa prospettiva, anche il turista non può essere considerato soltanto un consumatore di servizi e destinazioni. È una persona che entra in relazione con altre persone e con territori abitati, portatori di memorie, identità e diritti. La destinazione turistica non è una merce neutrale: è uno spazio sociale nel quale vivono comunità e nel quale si intrecciano questioni economiche, ambientali, culturali e politiche.
La guerra come negazione dell’umanità
La guerra, nella sua forma moderna e contemporanea di meccanismo tecnologico e industriale di uccisione massiva, rappresenta una delle più radicali negazioni dell’idea stessa di umanità. Non può essere considerata semplicemente una continuazione della politica con altri mezzi: quando la politica accetta la distruzione sistematica delle vite umane, è la politica stessa a mostrare il proprio fallimento.
Ridurre vite umane a danni collaterali, numeri o statistiche di conflitto significa abdicare all’idea di civiltà. Il superamento della logica bellica non è quindi un’utopia ingenua, ma una necessità morale e politica, legata alla sopravvivenza stessa della specie.
Anche i territori turistici vengono profondamente trasformati dalla guerra. Città, monumenti, paesaggi culturali, luoghi di culto e siti archeologici possono diventare obiettivi della distruzione o vittime indirette dei conflitti. Ma viene distrutto anche qualcosa di meno visibile: la possibilità dell’incontro, del viaggio, della conoscenza reciproca.
Il turismo nasce infatti dalla possibilità di attraversare confini senza trasformare l’altro in un nemico. Quando prevalgono la guerra, la paura e la militarizzazione, viene meno una delle condizioni fondamentali del viaggio: la libertà di incontrare l’alterità.
Per questo una sociologia del turismo orientata alla pace non può limitarsi a studiare flussi, arrivi e presenze. Deve interrogarsi sulle condizioni sociali e politiche che rendono possibile la mobilità e sull’uso del viaggio come strumento di conoscenza e di dialogo tra culture.
La crisi ecologica e la responsabilità del viaggio
Accanto alla crisi dei rapporti umani e alla persistenza della violenza organizzata, l’umanità si trova di fronte a una crisi ecologica senza precedenti, legata a un modello di sviluppo predatorio.
Sono le attività umane, guidate da una ricerca incessante dell’accumulazione e da una concezione estrattivista delle risorse, a contribuire all’avvelenamento e alla devastazione dell’unico mondo vivente di cui siamo parte. La separazione tra umanità e natura ha alimentato l’illusione che la Terra fosse una riserva inesauribile di beni a disposizione dell’arbitrio umano.
Il turismo non è estraneo a questa dinamica. Consumo di suolo, pressione sulle risorse idriche, emissioni legate ai trasporti, sovraffollamento delle destinazioni, produzione di rifiuti e trasformazione dei territori possono diventare manifestazioni di un modello turistico fondato più sul consumo che sulla relazione.
Da qui la necessità di ripensare il concetto stesso di sviluppo turistico. Una destinazione non può essere considerata realmente prospera se la crescita dei flussi produce contemporaneamente espulsione delle comunità residenti, impoverimento ambientale, perdita di biodiversità o trasformazione dei beni comuni in semplici prodotti commerciali.
La sostenibilità, allora, non può essere ridotta a una formula promozionale. Deve diventare un criterio politico, sociale ed etico. Significa assumere la responsabilità della cura dei territori e riconoscere che l’ambiente non è lo sfondo del viaggio, ma una parte essenziale della vita delle comunità e delle generazioni future.
La nonviolenza come pratica sociale
Questo duplice impegno – verso la giustizia umana e verso la salvaguardia della biosfera – richiede un mutamento antropologico profondo. Occorre abbandonare l’adorazione della violenza, interiorizzata nei linguaggi, nelle strutture sociali e nelle forme di potere, per riconoscere la nonviolenza come scelta morale, civile e politica.
La nonviolenza non è passività né rassegnazione di fronte all’ingiustizia. È, al contrario, una forma attiva di trasformazione della realtà. Richiede coraggio, disciplina, organizzazione, capacità di dialogo e disponibilità a costruire istituzioni e relazioni fondate sulla cooperazione e sul riconoscimento reciproco.
Questa prospettiva ha una particolare rilevanza anche per il turismo. Il viaggio può diventare una pratica di nonviolenza quando permette di conoscere l’altro senza ridurlo a stereotipo, quando favorisce l’incontro tra culture, quando sostiene le economie locali senza sfruttarle, quando rispetta gli ecosistemi e quando contribuisce a restituire valore alle comunità.
In questo senso, il turismo può essere pensato come una forma di educazione alla cittadinanza planetaria. Viaggiare significa confrontarsi con differenze linguistiche, culturali, religiose e sociali; significa scoprire che il mondo non è organizzato secondo un unico modello e che l’alterità non costituisce necessariamente una minaccia.
Verso un nuovo umanesimo planetario
La prospettiva di un nuovo umanesimo planetario nasce proprio dall’intreccio tra diritti umani, pace, giustizia sociale e tutela della Terra. Non è possibile difendere la dignità dell’essere umano distruggendo l’ambiente nel quale egli vive, così come non è possibile proteggere gli ecosistemi ignorando le disuguaglianze e le sofferenze delle popolazioni.
La sociologia del turismo può contribuire a questo cambiamento mettendo al centro non soltanto il turista, ma la relazione tra turista, comunità e territorio. Il viaggio diventa così un fenomeno sociale complesso, nel quale si incontrano mobilità, identità, memoria, economia, ambiente e diritti.
Oltre la soglia della distruzione significa allora scegliere un’altra direzione. Significa sostituire alla cultura del dominio quella della cura; alla competizione permanente, la cooperazione; alla paura dell’altro, l’incontro; alla devastazione del territorio, la responsabilità verso il vivente.
La sfida è costruire un modo di abitare il pianeta nel quale anche il viaggio possa diventare occasione di pace. Non un consumo temporaneo di luoghi, ma una relazione consapevole con le persone e con gli ecosistemi. Non la fuga dal mondo, ma un modo diverso di attraversarlo.
Solo attraverso questa scelta sarà possibile immaginare una società capace di proteggere insieme l’umanità e la biosfera. E in questa prospettiva il turismo, da semplice industria della mobilità, può trasformarsi in uno degli ambiti nei quali sperimentare concretamente una nuova cultura della responsabilità, della nonviolenza e della cura del vivente.
Laura Tussi