Antonio Beato. Ritorno a Venezia

par Giovanni Greto
giovedì 15 gennaio 2026

Al Museo Fortuny una mostra di fotografie tra viaggio, architettura e paesaggio

C’è tempo fino a lunedì 12 gennaio per visitare, al pianterreno del Museo Fortuny, la mostra di uno dei protagonisti più significativi della fotografia ottocentesca, Antonio Beato (Venezia, ca. 1835 – Luxor, 1905/1906), fratello minore di Felice (Venezia, 1832 – Firenze, 29 gennaio 1909). Entrambi facevano parte di un piccolo gruppo di fotografi commerciali, primi a produrre immagini dell’oriente su larga scala, pionieri della fotografia di viaggio e di reportage.

La mostra è curata da Joao Magalhaes Rocha e Marco Ferrari, con Cristina Da Roit, Conservatrice del Museo Fortuny, in collaborazione con l’Università IUAV di Venezia e l’Università di Evora, con il Patrocinio dell’Ambasciata del Portogallo in Italia.

L’esposizione ripercorre il lungo viaggio del fotografo veneziano attraverso l’Oriente e il Mediterraneo, andata e ritorno, offrendo una lettura inedita del suo lavoro pionieristico, messo in dialogo con le opere di altri autori che, nel corso della seconda metà del XIX secolo e fino ai nostri giorni, hanno raccontato gli stessi luoghi. Presenta una selezione di stampe originali provenienti da prestigiose istituzioni internazionali, tra cui Archivi Alinari, Fondazione di Venezia, Lee Miller Archives e il Museo Egizio di Torino, affiancate da riproduzioni fotografiche di collezioni come il Getty Research Institute di Los Angeles, la National Gallery of Art di Washington e la New York Public Library. Attraverso questo percorso visivo che abbraccia epoche e sguardi differenti, il pubblico è invitato a intraprendere un viaggio ricco di riflessioni, dove la fotografia diventa un potente strumento di conoscenza e riscoperta di un Oriente in costante evoluzione.

Come hanno spiegato i curatori, nel corso della conferenza stampa di presentazione, tutto è iniziato da una ricerca accademica nel 2021, sulle albumine di Antonio Beato conservate al Museo Fortuny. che è poi sfociata in questa impresa più ampia.

Gli studiosi hanno indagato tre contenuti : 1) tentare di ricostruire l’intera vicenda professionale e no di Antonio Beato, partendo dagli album del Museo Correr, provando ad affiancare tutta una serie di fotografie allo scopo di dare un significato più ampio ; 2) inserire l’itinerario di Antonio, il suo percorso professionale, all’interno di un quadro culturale più ampio ; 3) provare a riflettere sull’evoluzione del medium fotografico, con i contributi dei fotografi contemporanei a loro e a noi.

Antonio fu tra i primi fotografi europei a stabilirsi permanentemente in Medio Oriente. I viaggi turistici in Medio Oriente crearono negli anni ‘50 del 1800 una forte richiesta di fotografie come souvenir. Egli aprì un proprio studio fotografico nel 1862 e iniziò a produrre immagini turistiche delle persone e dei siti architettonici della zona. Tra il 1860 e il 1880 documentò con straordinaria precisione, in particolare, l’Egitto, catturando paesaggi, architetture e siti archeologici di un mondo allora pressoché sconosciuto all’Occidente. Le sue immagini, vere e proprie opere d’arte, raccolte in album pregiati o come singole stampe, entrarono nelle collezioni dell’élite europea, contribuendo a costruire un immaginario visivo sull’Oriente che anticipò la nascita della fotografia documentaria. 

Il percorso espositivo si articola in quattro sezioni. La prima, Il Mediterraneo, corrispondente agli anni di formazione, è dedicata ai viaggi che Antonio e Felice Beato, insieme al cognato James Robertson (Middlesex, 1813 – Yokohama, aprile 1888) – pittore e fotografo scozzese che aveva sposato la sorella Leonilda Maria Matilda Beato -, compiono tra il 1854 e il 1857, con base a Costantinopoli, verso Atene, Malta, Gerusalemme e il Cairo. È un periodo breve ma fondamentale, in cui i due fratelli consolidano la loro tecnica fotografica e gettano le basi per il futuro percorso artistico.

La seconda , Le guerre, accoglie le immagini che i fratelli Beato e Robertson realizzano tra il 1855 e il 1859 nei teatri di guerra in Crimea (1853 - 56) e in India (1857 – 58) – quest’ultima era la guerra di liberazione indiana dall’impero britannico. Si tratta di scatti intensi e talvolta disturbanti, che testimoniano il nascere del reportage di guerra, oscillando tra attrazione estetica e crudezza documentaria e presentando all’Europa del XIX secolo una finestra rara e preziosa su un Oriente ancora in gran parte sconosciuto. 

Il cuore della mostra è rappresentato dalla terza e più estesa sezione, Gli anni egiziani, che documenta il lungo soggiorno di Antonio in Egitto, dal 1860 al 1905. Le fotografie sono organizzate per località e affiancate da disegni delle planimetrie dei principali siti archeologici, in un percorso ideale che dal Cairo risale il Nilo fino alla Nubia. Le mappe rivelano i monumenti non come entità isolate, ma come parte integrante del paesaggio e del contesto culturale che li accoglie. In questa sezione spiccano gli scatti di Luxor, Abu Simbel, Il Cairo e Giza, accostati a immagini di altri autori che propongono prospettive sorprendenti, sia coevi come Pascal Sébah e Félix Bonfils, sia dello scorso secolo come l’emblematica fotografia della grande piramide di Cheope realizzata da Lee Miller nel 1938, il cui sguardo profondo attraversa i grandi eventi del XX secolo lungo le coste del Mediterraneo, creando un ponte ideale tra il documentarismo di Antonio e le innovazioni visive del secolo successivo.

La quarta e ultima sezione, Dopo Beato, propone una riflessione sulle trasformazioni dello statuto disciplinare della fotografia. Qui il dialogo si apre agli sguardi di autori contemporanei che operano in Egitto, come Anthony Hamboussi, Paul Geday, Denis Dailleux e Bryony Dunne. Le loro immagini raccontano un Cairo in continua trasformazione, esplorando le sfide e le evoluzioni sociali, culturali e politiche della capitale egiziana. 

Completa questa sezione la piccola sala laterale dedicata al viaggio in Egitto di Mariano Fortuny (Granada, 1871 – Venezia, 1949) e Henriette Nigrin (Fontaineblau, 1877 – Venezia, 1965) nel 1938. Vi sono esposti fotografie, taccuini e schizzi che raccontano un Egitto sospeso tra tradizione e modernità, con scorci al tempo meno noti come l’oasi di El-Fayyum, Abu Simbel e Wadi Halfa, immortalati attraverso volti, mercati e scene quotidiane. Questi documenti visivi influenzarono profondamente l’arte tessile di Fortuny, che reinterpretò motivi decorativi egizi nei suoi celebri velluti stampati, dando vita a un dialogo senza tempo tra Oriente e Occidente.

Accanto a questi materiali, una video-intervista a Italo Zannier, grande storico della fotografia, chiude idealmente il percorso: un ritorno sull’opera dei fratelli Beato a più di quarant’anni dalla prima mostra veneziana (Galleria fotografica Ikona, 1983) che ne riafferma la centralità nella storia della fotografia. Nel corso della conferenza stampa sopra citata, Zannier aveva affermato : la storia non finisce mai. C’è ancora da scoprire il numero civico dove i Beato abitavano.

A corollario dell’esposizione, è stato redatto un raffinato catalogo a cura di bruno. Questo volume, definito numero zero, segna un momento fondamentale per l'istituzione: inaugura la nuova linea editoriale del Museo, uno strumento essenziale che andrà a definire con coerenza e chiarezza l'identità, la visione e l'approccio curatoriale delle future mostre e pubblicazioni.


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