Alla presidenza di Myanmar un sospetto responsabile di crimini internazionali

par Riccardo Noury - Amnesty International
venerdì 17 aprile 2026

Già capo delle forze armate responsabili della pulizia etnica dei rohingya nel 2017, poi leader della giunta militare che nel febbraio 2021 depose il governo civile, il 3 aprile lâex generale Min Aung Hlaing è stato nominato presidente di Myanmar da un parlamento a lui fedele, frutto di elezioni imposte dallâesercito che gli osservatori hanno giudicato fraudolente e svoltesi solo in una parte del paese, in un contesto segnato da diffuse violazioni dei diritti umani.

Quello di Min Aung Hlaing compare in un elenco di 13 nomi, resi noti da Amnesty International nel 2018, di persone ritenute responsabili di crimini contro lâumanità nella campagna militare contro la minoranza rohingya nello stato di Rakhine.

La giunta militare guidata dallo stesso Min Aung Hlaing, dopo il colpo di stato del febbraio 2021, ha mandato in carcere lâex presidente civile Win Mynt, la leader di fatto Aung San Suu Kyi e altri esponenti del deposto governo.

Gli ultimi cinque anni sono stati segnati da violenze dellâesercito in tutto il paese, arresti di massa, repressione delle proteste e attacchi illegali contro i civili, con un totale di oltre 7000 vittime civili.

Nel novembre 2024 la procura della Corte penale internazionale ha chiesto un mandato di cattura nei confronti di Min Aug Hlaing e di altri soggetti, i cui nomi non stati resi noti, per i crimini contro lâumanità di deportazione e di persecuzione commessi contro la popolazione rohingya durante la sua espulsione verso il Bangladesh. Al momento, tuttavia, non è stato emesso alcun mandato di cattura.

Alla Corte internazionale di giustizia si è invece rivolto il Gambia, accusando Myanmar del crimine di genocidio contro i rohingya. La Corte, che già aveva ordinato a Myanmar misure provvisorie, ha concluso le udienze di merito nel gennaio 2026.

Se Min Aung Hlaing ritiene che il suo nuovo ruolo di leader civile possa tenerlo al riparo dalla giustizia internazionale, si sbaglia di grosso. Non è così che funziona.

 


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