All’ombra della guerra, l’Iran ha impiccato dieci oppositori e manifestanti
par Riccardo Noury - Amnesty International
giovedì 23 aprile 2026
Nelle ultime tre settimane, prima della sempre più fragile tregua patrocinata dal Pakistan, mentre buona parte della politica e degli analisti si preoccupava più delle conseguenze economiche del blocco dello stretto di Hormuz che delle operazioni militari israeliane e statunitensi contro l’Iran e degli attacchi in ritorsione di questo contro Israele e gli stati del Golfo, le autorità iraniane hanno scatenato una guerra interna contro oppositori politici e manifestanti.
In questo post potete leggere l’elenco di quelli impiccati dalla fine di marzo.
I reati per i quali sono stati condannati alla pena capitale sono stati da loro negati. Vi sono poi altri riscontri: ad esempio, la base dei paramilitari basij era già in fiamme, incendiata da altre persone.
Mi rendo conto che la lettura potrà essere ripetitiva, ma lo è anche e soprattutto la repressione in atto da 47 anni e ripetitive sono le sue modalità: arresti arbitrari, confessioni estorte con la tortura, “interviste” alla tv di stato in cui si ammettono le proprie “colpe”, processi sommari, diniego del diritto alla difesa ed esecuzioni.
Nei casi dei manifestanti, dall’arresto in strada alla morte su un patibolo sono trascorsi sì e no un paio di mesi. Conoscere quanti anni avevano e cosa facevano è anche un modo per ridare prevalenza all’umanità rispetto ai numeri.
30 marzo: Ali Akbar (Shahrokh) Daneshvarkar, 59 anni, ingegnere civile, membro dell’Organizzazione dei mujahedin del popolo. Arrestato a Teheran nel gennaio 2024. Impiccato nella prigione di Ghezelhesan, provincia dell’Alborz. Condannato a morte nel novembre 2024 dalla sezione 26 del tribunale rivoluzionario di Teheran per baghi (ribellione armata).
30 marzo: Mohammadi Taghavi Sandeghi, 60 anni, sopravvissuto al massacro delle prigioni del 1988, membro dell’Organizzazione dei mujahedin del popolo. Arrestato a Teheran nel 2024, impiccato nella prigione di Ghezelhesan, provincia dell’Alborz. Condannato a morte nel novembre 2024 dalla sezione 26 del tribunale rivoluzionario di Teheran per baghi (ribellione armata).
31 marzo: Pouya Ghobadi, 32 anni, ingegnere elettronico, membro dell’Organizzazione dei mujahedin del popolo, impiccato a Teheran. Cinque suoi familiari erano stati impiccati negli anni Ottanta. Arrestato a Teheran nel 2024. Condannato a morte nel novembre 2024 dalla sezione 26 del tribunale rivoluzionario di Teheran per baghi (ribellione armata).
31 marzo: Babak Alipour, 34 anni, laureato in Giurisprudenza, membro dell’Organizzazione dei mujahedin del popolo. Impiccato a Teheran. Arrestato a Teheran nel 2024. Condannato a morte nel novembre 2024 dalla sezione 26 del tribunale rivoluzionario di Teheran per baghi (ribellione armata).
2 aprile: Amirhossein Hatami, 18 anni, impiccato a Teheran. Era stato arrestato durante le manifestazioni di gennaio e condannato a morte per moharebeh (inimicizia contro Dio) dalla sezione 15 del tribunale rivoluzionario della capitale per aver dato fuoco a una base dei basij e aver cercato di impossessarsi di armi.
4 aprile: Vahid Baniamerian, 32 anni, laureato e abilitato all’insegnamento, membro dell’Organizzazione dei mujahedin del popolo. Impiccato nella prigione di Ghezelhesan, provincia dell’Alborz. Figlio di un prigioniero politico degli anni Ottanta, era stato già in carcere nel 2018 e nel 2019 ed era stato nuovamente arrestato nel dicembre 2023. Condannato a morte nel novembre 2024 dalla sezione 26 del tribunale rivoluzionario di Teheran per baghi (ribellione armata).
4 aprile: Abdolhassan Montazer, 65 anni, architetto, membro dell’Organizzazione dei mujahedin del popolo. Impiccato nella prigione di Ghezelhesan, provincia dell’Alborz. Era stato in prigione ai tempi dello scià e nuovamente negli anni Ottanta e nel 2019. Arrestato nel dicembre 2023. Condannato a morte nel novembre 2024 dalla sezione 26 del tribunale rivoluzionario di Teheran per baghi (ribellione armata).
5 aprile: Mohammad Amin Biglari, 19 anni, studente di Informatica, impiccato a Teheran. Era stato arrestato durante le manifestazioni di gennaio e condannato a morte per moharebeh (inimicizia contro Dio) dalla sezione 15 del tribunale rivoluzionario della capitale per aver dato fuoco a una base dei basij e aver cercato di impossessarsi di armi.
5 aprile: Shahin Vahedparasht Kolor, 30 anni, impiccato a Teheran. Era stato arrestato durante le manifestazioni di gennaio e condannato a morte per moharebeh (inimicizia contro Dio) dalla sezione 15 del tribunale rivoluzionario della capitale per aver dato fuoco a una base dei basij e aver cercato di impossessarsi di armi.
6 aprile: Ali Fahim, 26 anni, impiccato a Teheran. Era stato arrestato durante le manifestazioni di gennaio e condannato a morte per moharebeh (inimicizia contro Dio) dalla sezione 15 del tribunale rivoluzionario della capitale per aver dato fuoco a una base dei basij e aver cercato di impossessarsi di armi.
I partecipanti alle proteste di gennaio messi a morte nelle ultime settimane sono sette: oltre a quelli elencati in questo post, sono stati impiccati Saleh Mohammadi, Saeed Davodi e Mehdi Ghasemi.
Per il “famoso” incendio alla base dei basij, rischiano l’imminente impiccagione altri condannati nel medesimo processo: Abdolfazl Salehi Siavashani, Shahab Zohdi e Yaser Rajaifar.
Forse tutte queste esecuzioni sarebbero avvenute lo stesso, chissà. Certamente, non sarebbero state avvolte dal silenzio attuale.
Siamo pervasi da una narrazione fetida, per cui denunciare le violazioni dei diritti umani in Iran equivale a giustificare l’operazione militare illegale degli Usa e di Israele.
Altrettanto ripugnante è la narrazione speculare secondo la quale denunciare i crimini commessi contro la popolazione civile e le infrastrutture civili in Iran negli attacchi israelo-statunitensi equivale a stare dalla parte della repubblica islamica.