Al Festival del cinema di Venezia ha vinto la paura

par La bottega del Barbieri
venerdì 25 settembre 2026

Al festival del cinema hanno dato al genocidio la medaglia di partecipazione. Al film che il genocidio ce lo mostra dall’interno e che smonta la macchina dello sterminio con le voci stesse dell’intelligence e dell’esercito israeliano, si è preferito dare il Premio speciale della giuria, la medaglia più piccola.

di Lavinia Marchetti

NAZA di Yuval Abraham e Rachel Szor forse era troppo, ci voleva il coraggio che hanno avuto nelle piazze, di chi si è preso denunce, manganellate e multe salatissime, ma lì a Venezia questo coraggio non c’era e si è preferito che il Leone d’oro andasse altrove. All’annuncio la sala si è alzata in piedi in un applauso lunghissimo, mentre la giuria restava seduta e quatta a spacciarsi la propria prudenza.

È il ritratto perfetto della coscienza occidentale davanti a Gaza. Grandi emozioni, gesti minuscoli. Grande commozione e decine di minuti di applausi per il film sul genocidio e poi, però, gli si nega il primo posto, così da un lato l’anima rimane candida e magari nessuno da Tel Aviv alza il telefono per protestare, o peggio…

Venezia poteva entrare nella Storia con una presa di posizione forte, da mostrare a tutto il mondo. Hanno preferito una nota a piè di pagina.

da qui

ALTRI 25 FILM PER CAPIRE LA PALESTINA

Seconda parte. Dal cinema rivoluzionario degli anni Settanta alle opere più recenti

(QUI la prima parte)

 

Mentre inserivo i primi 25 film mi restava l’amara sensazione di aver lasciato fuori un intero continente. Il cinema palestinese ha una storia troppo vasta per una lista ordinata come facciamo di solito con i film, li mettiamo in ordine cronologico, o di genere, di stili e chissà che altro. Nel caso del cinema palestinese le sue immagini hanno dovuto compiere un gravoso lavoro supplementare rispetto a quello che chiediamo di solito a un film. Hanno senz’altro potuto raccontato personaggi e vicende, ma oltre a questo hanno dovuto custodire luoghi destinati a sparire e famiglie che il tempo avrebbe disperso mentre le loro case passavano dopo pochi anni ad altri abitanti. In una storia segnata dall’espulsione e dai massacri ripetuti del colonialismo d’insediamento israeliano, perfino una pellicola si trasforma in materiale documentale, a volte volontariamente a volte involontariamente. Un palestinese che fa un film sulla sua Palestinese non è come un newyorchese che gira un film su New York, il palestinese deve porsi molti altri problemi oltre alla trama e l’estetica.

Questa seconda parte entra più a fondo nel problema. Torna la Palestine Film Unit, la generazione che negli anni Settanta capì prestissimo quanto contasse produrre immagini proprie, accanto agli autori nati in Europa che hanno ricevuto la Palestina attraverso le videocassette di famiglia. Ho deciso di attraversare un percorso che passi dai campi di Shatila e Yarmouk alle città costiere di Jaffa e Haifa, e naturalmente a Gaza. Passano i decenni, mutano le tecniche, i supporti, e con essi perfino l’idea stessa di cinema, ma al palestinese che filma sulla sua terra, prima di girare dovrà rispondere ad una precisa domanda: chi può raccontare un luogo, quando quel luogo viene di continuo raccontato dagli altri?

Ho cercato di alternare opere molto note e film che, a mio avviso, meritano una seconda vita. Alcuni richiedono pazienza e comprensione perché non mirano alla trama o all’estetica del montaggio, ma alla testimonianza. Altri durano venti minuti e ci lasciano addosso molti più pensieri di un migliaia di libri sul conflitto israelo-palestinese. Li dispongo con lo stesso criterio della prima parte, spiegazione parziale della trama, ma l’attenzione sarà sul contesto storico che la regge…

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