Afghanistan, cinque anni di apartheid di genere
par Riccardo Noury - Amnesty International
lunedì 5 ottobre 2026
Quando, il 15 agosto 2021, i talebani presero per la seconda volta il potere in Afghanistan, un’attivista per i diritti umani inviò ad Amnesty International questo messaggio: “Oggi si è spenta la luce”.
Non che nei precedenti 20 anni la luce fosse stata costante e intensa. Era stato un decennio difficile, a volte terribile, segnato da crimini da parte dei gruppi armati (tra i quali gli stessi talebani) e della forza multinazionale presente nel paese. Ma, per le donne, la “luce” aveva voluto dire stare nello spazio pubblico, svolgere attività professionali, avere leadership, ricoprire ruoli anche nell’amministrazione dello stato.
Poi, cinque anni fa, il buio. Il sistema giudiziario formale è presto crollato e al suo posto ha trovato piena applicazione la sharia.
Progressivamente, i talebani hanno realizzato un vero e proprio sistema di apartheid di genere imponendo divieti su divieti nel campo dell’istruzione, del lavoro e della partecipazione alla vita pubblica alle donne: in cinque anni hanno emesso 470 decreti, 79 dei quali specificamente contro di loro.
Uno degli ultimi, il numero 18-2026, entrato in vigore il 14 maggio e denominato “Codice sulla separazione giudiziale dei coniugi”, disciplina le circostanze in cui donne e ragazze possono chiedere la separazione dal matrimonio. Il testo contiene disposizioni che confermano la validità dei matrimoni combinati durante l’infanzia e limitano la possibilità per donne e ragazze di contestare o interrompere tali unioni.
Il codice introduce criteri profondamente problematici in materia di consenso al matrimonio, arrivando a considerare il silenzio di una ragazza dopo la pubertà come una forma di assenso.
Il matrimonio precoce viene ulteriormente favorito dall’ampio potere riconosciuto a padri e nonni di organizzare il matrimonio di persone minorenni.
Incurante di questo e di molto altro, l’Unione europea negozia coi talebani: riconoscimento in cambio di rimpatri. La Germania si è messa alla guida di questa cinica politica: ha consentito infatti la presenza sul suo territorio di rappresentanze diplomatiche afgane, per facilitare le pratiche di rimpatrio.