Il filtro anti-AI scova Manzoni Alessandro
par Massimo Icolaro
venerdì 31 luglio 2026
âSe c’era proprio bisogno di un’ennesima trovata per mungere l’ego (e il portafoglio) degli autori indipendenti, la paranoia da Intelligenza Artificiale è arrivata a puntino.
âDa qualche tempo sulla giostra dei social si aggirano strane associazioni e sedicenti "premi letterari" che sventolano una nuova minaccia: il bollino anti-IA. Funziona così: si proclamano inquisitori della modernità, promettono di scovare le opere "contaminate" dai software e affibbiano voti bassissimi ai manoscritti sospettati di essere stati scritti (o anche solo toccati) da un algoritmo. Il tutto, ovviamente, previa quota d’iscrizione o gabella di partecipazione.
âPeccato che l'intera baracca poggi su una solenne, colossale fregatura.
âPer dimostrare la ridicolaggine scientifica di questa caccia alle streghe, ho fatto un esperimento banale: ho preso alcuni dei più grandi capolavori della letteratura italiana e li ho dati in pasto ai cosiddetti "detector anti-IA" (gli stessi software che questi sceriffi della penna pretendono di usare per giudicare gli autori).
âIl risultato? Una comica apoteosi.
âIl 5 maggio di Alessandro Manzoni è stato bollato quasi al 100% come un prodotto generato da un algoritmo. Per quale motivo? Semplice: ha una struttura metrica geometrica, settenari perfetti, un’armonia priva di sbavature e una regolarità sintattica che per un software è il marchio di fabbrica di una macchina. Stessa sorte toccata ad ampi passi del Paradiso di Dante e alle ottave dell’Orlando Furioso. Troppo ben scritti, troppo regolari, troppo simmetrici: per l'algoritmo non può essere farina del sacco di un umano. Persino la Costituzione americana e la Bibbia sono state classificate più volte dai detector commerciali come "testi sintetici".
âIl motivo è che questi software non "leggono" l'anima, l'esperienza o il sangue versato sulle pagine: calcolano solo parametri matematici di prevedibilità (perplexity) e variazione sintattica (burstiness). Se scrivi in modo rigoroso, colto e pulito, per il software sei un robot. Se scrivi come parli al bar, sei un umano.
âMa la vera perversione non sta nella tecnologia, che è solo un mezzo: sta nei soliti parassiti dell'editoria minore. Quelli che ieri si inventavano i concorsi del tipo "versa 50 euro e ti diamo la targa in finto ottone", e oggi si riciclano paladini dell'autenticità. Hanno fiutato la paura degli autori, hanno trovato una nuova scusa per farli sentire in colpa e hanno allestito la ghigliottina: "Paga la quota, altrimenti se il nostro software fallato dice che hai usato l'IA ti squalifichiamo e ti additiamo come impostore".
âLa verità è che l'Intelligenza Artificiale, da sola, non sa creare un bel niente: se l'autore non ci mette la carne viva, il vissuto, la rabbia, l'ingiustizia e il fango, il computer restituisce solo il solito minestrone scipito e privo di spessore. Ma usare la tecnologia per tradurre, correggere o strutturare un'opera non è un crimine: è un'evoluzione.
âIl vero crimine — l'ennesimo — è la furbata di chi usa il bavaglio della "purezza letteraria" solo per spillare quattro soldi a chi tenta disperatamente di far sentire la propria voce. Chi ha talento continua a scrivere; chi è in malafede continua a inventarsi tasse sulla credulità.